• giada

Faraday Faraway.

Aggiornato il: mar 3

Michiko


1. Calligrafia


Un pennello non è solo uno strumento.

Un pennello ha testa e spalle e fianchi. Ha un corpo che vive nel tempo, attraversa il tempo, restituendolo in segni. Ha una sua voce.

La voce di un pennello è intimamente legata alla mano e alla mente di chi scrive.

Se la mente è pura, se le immagini che la abitano sono luminose e definite, il chiarore della mente muove la mano del calligrafo in un gesto che trasferisce alla testa del pennello una lenta, commensurata armonia.

La voce del pennello è allora limpida e piena, come la risata di una donna che assiste di nascosto ai giochi del suo bimbo.

Se la mente del calligrafo è turbata da pensieri oscuri, dal rancore o da un’ansia di violenza, il segno graffia la carta e la voce del pennello è straziante, scomposta e squilibrata. Non potrà esserci armonia in un simile tratto.

Eppure, anche l’irregolarità e lo squilibro hanno una loro bellezza.

Il pennello è la cavalcatura.

Possiede un’ anima centrale che lo sostiene, e ne costituisce il respiro.

Occorre che chi scrive ne comprenda l’andatura e il carattere.

Comprenda la maniera di domarlo e dominarlo. Di far valere il proprio dire, di imporgli le proprie ragioni.

E’ in questo modo che il corpo del pennello diviene tramite, si piega ad una volontà diversa dalla propria, si mette a servizio.

E’ in questo modo che il carattere del cavaliere e del cavallo vanno a sommarsi, e il risultato di questa fusione, di questo accordo, diviene il segno.

L’anima del pennello, con l’uso, si assottiglia, di distorce. Perde della sua nitidezza. E’ questa, per il calligrafo, la misura del tempo che passa.















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