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Jhumpa Lahiri. Interno teatro, notte.

Aggiornato il: mar 3


L'ho incontrata al Teatro Odeon di Firenze, nei pressi di Palazzo Strozzi. Al festival "L'eredità delle donne", un'invenzione di Serena Dandini. E' quasi sera, e il teatro è pieno a metà, quando Jhumpa Lahiri sale sul palco. L'attrice Lunetta Savino ha appena letto un brano del suo ultimo libro, "Dove mi trovo", il primo della Lahiri scritto in italiano. Jhumpa è molto bella. Alta, la pelle ambrata, il volto regolare dagli occhi lunghi e profondi, un accenno di trucco sulle labbra.

Può avere la mia età, penso, o forse qualche anno di più. Ma sul suo volto, che un primo piano strettissimo rinvia sull'enorme schermo dell'Odeon, il tempo si è posato leggero, aggraziato. E la bellezza della ragazza che è stata non ne è stata intaccata, se non leggermente, con rispetto. Con grazia.

Jhumpa indossa un paio di pantaloni neri, e una casacca indiana sul marrone ambrato, che sul davanti è tempestata di pois turchesi e piccoli bottoncini dello stesso colore.

I sandali sono bassi e luminosi, come fossero incrostati di prismi. Indossa braccialetti in oro giallo al braccio destro, e un grande orologio nero al polso sinistro.

I capelli di media lunghezza le ricadono sulle spalle in onde di un castano dorato.

Quando il giornalista che è stato chiamato a intervistarla le porge la prima di molte domande, che saranno un pò sciatte, come superficiali, distratte, da li in avanti, Jhumpa tira fuori una voce appena sussurrata, potrei dire rotta, spezzata. Ma non dall'emozione, né da un uso non sufficientemente sicuro della lingua. La fatica che traspare dalle sue frasi semplici, articolate in pochi termini elementari snocciolati come contandoli, con la quasi certezza che scappino, che finiscano, una volta pronunciati, sembra provenire da una spossatezza dolorosa. Da un peso tragico, da qualche parte dentro di lei, così chiaramente visibile da turbare chi ascolta, impotente.


Siamo venuti qui pensando, forse, ad una festa. Tutti noi in platea, e io per prima, che ricordo di aver guardato tempo addietro una trasmissione televisiva in cui Jhumpa raccontava effettivamente del suo innamoramento per l'Italia, e per Firenze, prima di tutto. Ricordo una donna sicura di sé, nell'intervista in tv, narrare di come avesse scelto esattamente l'Italia in un momento non facile, decenni addietro, quando non aveva ancora cognizione della lingua. Ricordavo il suo impegno, la sua determinazione. Anche stasera, a un certo punto, nel descrivere la protagonista di questo suo ultimo libro, adopera le connotazioni "tenace" e "timida", due aggettivi che paiono costituire un ossimoro, ma solo in apparenza. Perché Jhumpa, così come appare stasera sul palco dell'Odeon, è esattamente questo, tenace e timida. E quello di cui parla, nel parlare del suo libro, è solitudine. E' una parola che adopera da subito, già alla seconda risposta. La donna di cui parla, in questa lingua che non è la sua di cui si è innamorata, sposandola, è una donna sola. Tutto il peso del mondo sulle spalle, in questo momento. Vorresti correre ad aiutarla, se potessi.

Salire su quel palco e dirle lascia stare. Piuttosto che snocciolare parole senza sorriso, senza nessuna gioia, lanciando sguardi profondi e mestissimi ad una telecamera che indaga ogni mossa dell'animo, ogni incepparsi dell'entusiasmo, ogni sussulto, ogni tua esitazione. Lascia stare, verrebbe da dirle. Lascia stare questa lingua non tua - è sera, sarai stanca - e torna all'inglese. A casa tua. Dove le parole del dio più facilmente affiorano. Dove non ti senti esule come in questo momento. Ma niente. Solitudine dello scrivere, dice lei seria e bellissima - Dover guardare la vita che ti passa accanto, la vita degli altri, il chiasso degli altri, per il "sacrificio" della scrittura.


Truman Capote una volta scrisse "Dio ti da una frusta e un talento". Il mestiere di scrivere è un padrone, dice la Ginsburg, magistrale, nelle Piccole Virtù. E quello svegliarsi appena prima dell'alba, per andare a guardare il sole nascente sulla terrazza di un palazzo popolare di Roma, nel silenzio, quando il mondo dorme, così come Jhumpa a mezza voce quella sera all'Odeon lo racconta - guardare l'alba in assoluta solitudine, apparentemente senza alcuna ragione - rimane l'immagine di una devozione, di un rito, di un asservimento ad uno scopo sacro, superiore. Attraversare la lingua, entrare dentro la musica di una lingua per capirla e restituirla in parole che tornano da un lungo viaggio, dall'oriente estremo e dalla sua magia, da molti continenti, per depositarsi sulla pagina. A qualunque costo. Questa tua estrema determinazione,Jhumpa, di cui sono una donna può essere capace, ti si legge negli occhi stanchi, e commuove.



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