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Libereso e Italo. Il giardiniere e lo scrittore.



Sanremo, nei primi anni del Novecento. E' terra di floricultori, grazie alla mitezza del clima che beneficia dell'esposizione delle terre di Riviera, grazie alle conoscenze acquisite nel corso dell'ottocento e alla sempre maggiore attenzione riservata al mercato dei fiori recisi, e grazie alle frequentazioni da parte di un certo bel mondo, un schiera di aristocratici e nobildonne che stabiliscono la propria dimora invernale sulla costa.

Il Professor Mario Calvino è un personaggio di spicco, un nome noto in ambito accademico, oltre che tra i cittadini di Sanremo. Dopo essersi laureato in scienze agrarie giusto al volgere del secolo, ed essere divenuto, giovanissimo, direttore della cattedra di Agraria ad Imperia -profondo conoscitore delle tecniche di coltivazione, e capace di dare suggerimenti efficaci per tutte le colture - viene coinvolto in uno scandalo politico di rilevanza internazionale. Nel 1908 è accusato di aver attentato alla vita dello zar Nicola II. Un uomo di nome Mario Calvino fu arrestato, condannato a morte e giustiziato, scrisse la stampa.

In realtà, non furono mai chiarite le circostanze che portarono l'astronomo Lebedintzev, un anarchico, ad entrare in possesso del passaporto del professorMario Calvino: fatto che scatenò "il caso Calvino". Si disse che i due si fossero incontrati in treno. E si sapeva, allora, che il professor Mario avesse idee politiche liberali, quantomeno.

Fu probabilmente per questi fatti che nel 1909, il professor Calvino partì per il Messico, dove prese l'incarico di direttore della Scuola nazionale di Agricoltura. La sua grande fama di agronomo, da quel momento, gli guadagnò missioni negli Stati Uniti, in Sud America, e dovunque la sua competenza venisse richiesta, fino a che, nel 1917, si stabilì all'Avana. Non era solo: al quel punto era con lui una donna dalle credenziali straordinarie, per quei tempi, una scienziata di altrettanta fama: Eva Mameli.


La professoressa Mameli, che proveniva da una famiglia di eminenti studiosi, laureatasi prima in matematica, a Cagliari, e successivamente a Pavia, in scienze naturali, nel 1915, prima donna in Italia, aveva ottenuto una cattedra in Botanica. Questa donna ferrea, dal carattere duro e volitivo ( come poi fu descritta), a Cuba diede alla luce il suo primogenito: Italo.

E intanto che allattava suo figlio, Eva Mameli scriveva articoli accademici, e pubblicazioni sulla canna da zucchero.

Ho raccontato questa storia perché sia chiaro quale formidabile coppia, inusuale e geniale, fossero i genitori di Italo Calvino. E quanta biografia, e ritratti personali, quali figure indimenticabili sarebbero potute uscire dalla sua penna se solo Italo non fosse stato convinto - e lo disse più volte, anche nelle interviste, in quel suo parlare che a volte appare così smozzicato e sofferto, per quanto grande e precisa sia la sua lingua scritta - che l'interesse di uno scrittore risiede unicamente nella sua opera, mai nella sua storia personale.



In realtà, a ben vedere, il professor Mario, con quei suoi modi bruschi ed imperiosi che incutevano soggezione, lo si vede ne "La Strada di San Giovanni", una delle opere di Calvino a me più care, e una delle poche in cui parla intimamente di se stesso. Lo si vede salire, il professor Mario, su per i 'beudi', con la gerla vuota sulle spalle, di primo mattino, assieme ai suoi due figli, Italo e Floriano, col passo incalzante di chi non ha tempo da perdere, di chi conosce il valore del tempo. Salgono, il padre davanti e dietro i due ragazzi, assonati e controvoglia, verso il piano coltivato ad orto che è laboratorio personale, è campo di gioco, è la stanza dei balocchi. Salgono per discenderne con le gerle cariche di ortaggi - troppi per il fabbisogno della famiglia - che la professoressa Eva non sa dove mettere: lei che ha la testa nelle carte, lei che è donna di studio vorace.

E un giorno, è nel rientrare da una di quelle missioni sperimentali sulla strada di San Giovanni, che il professor Mario nota due ragazzi che coltivano un orto con competenza e dedizione. Potrebbero essere, per età, i suoi figli. Ma i suoi figli no, loro non hanno passione per la terra, per quanto si sforzi di interessarli ai nomi latini delle specie botaniche; per quanto li porti su e giù per i beudi snocciolando termini tecnici come litanie. I suoi figli non hanno estro di agronomi, tanto meno di giardinieri.

Quel ragazzo a piedi nudi nella terra, Libereso - strano nome - lui si che può capirlo. Libereso, figlio di un anarchico. Libereso che indossa quel nome esperanto che nessuno capisce come un vessillo, come un segno di distinzione. Il mio nome significa libero, dice, a quelli che continuamente glielo chiedono. Me l'ha dato mio padre che conosce l'esperanto. Deve averlo detto anche ad Italo, quando si presentò a Villa Meridiana, per divenire presto il braccio destro del professore: il giardiniere di Calvino.

Posso immaginarli, gli occhi neri profondi e intelligenti di Italo piantati in quelli selvaggi, accesi di furore di Libereso. Pressoché la stessa età, ma desideri e sogni lontanissimi.

Il primo, riservato e silenzioso, innamorato delle immagini e del cinema; lontano dalla severità accademica del padre scienziato, oppresso forse dalla determinazione ossessiva della madre, che sogna un mondo di parole, un universo molteplice e infinito di immagini in cui nessuna realtà può essere fisica affinché tutte le realtà lo siano; in cui nessun catalogo botanico, nessuna classificazione di Linneo può essere fine a se stessa, perché l'unica classificazione che vale è quella della lingua, che di per sé è inclassificabile, irriducibile a fattor comune, ribelle agli assunti rigidi della scienza. E tutto questo, solo per trovare poi, decenni dopo, le formule esatte, il bisturi adatto a dissezionare e a ricucire, poi, con la stessa precisione e la stessa tenacia che sua madre aveva applicato alla sua scienza, frasi in capitoli, e capitoli in libri che, per la loro compiuta, scintillante bellezza, oggi sono classici, amatissimi, della nostra lingua italiana.

L'altro, Libereso, un ragazzo magro e furbo, a cui Mario Calvino assegnerà una 'borsa di studio', uno stipendio per i lavori svolti alla stazione sperimentale, che nel frattempo è divenuta un luogo di sperimentazione, innovativo e avanzatissimo, sotto la guida competente dello sperimentatore che Mario Calvino è stato; Libereso guarda Italo e non vi si riconosce, o forse vede in lui solo ciò che avrebbe voluto essere: il legittimo erede della conoscenza del professore. Libereso ama Mario Calvino - e lo racconterà molto più avanti, nelle interviste che gli verranno fatte quando il mondo, dopo una vita di incredibili esperienze fatte da giardiniere e botanico in ogni dove, si accorgerà della sua unicità, delle sue straordinarie conoscenze - e addirittura, per ciò che riesce ad imparare da lui, in termini di metodo e di saggezza, lo riconosce padre; e soffre nel vedere quanto quei suoi due figli, così diversi tra loro, così lontani in tutto dai propri genitori, non gli abbiano dato ciò che da loro avrebbe voluto.

Italo lo sente, intuisce i pensieri di Libereso, e, ragazzo, scrive un racconto che lo descrive, ' Un pomeriggio, Adamo'. Guarda lontano, già allora. Vede il personaggio, ne carpisce la schiettezza selvatica e l'originalità, e le restituisce al racconto.

La storia della famiglia Calvino, così unica, e di Libereso Guglielmi giardiniere fuori da ogni schema, mi affascina perché racconta molto. E' allo stesso tempo la storia della letteratura italiana del Novecento, la storia della floricultura ligure e della coltivazione delle rose, la storia della sperimentazione botanica ( insegnamento prezioso che esige una riscoperta), e la storia di due ragazzi diversissimi che si studiano e si fronteggiano, entrambi legati ad un padre il cui amore, per ragioni differenti, sentono di non poter avere completamente.

Concludo queste personalissime considerazioni dicendovi che, credo, spesso i figli nella loro maturità, replicano i passi dei padri, nel senso che si accentuano sempre più certi tratti caratteriali e istintivi, dai gesti più semplici e involontari, alla visione del mondo. E' una regola alla quale Italo non dovette sfuggire, se , nelle sue opere più compiute, lascia trasparire un'ansia di esattezza, una valenza scientifica nella sua scrittura, che hanno i loro progenitori nella passione botanica e nel leggendario rigore dei professori Eva e Mario Calvino.



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